Battere il referendum-truffa per tornare al proporzionale-corretto

20 Giugno 2009
3 Commenti


Andrea Pubusa

Per puro caso, sono stato forse il primo in Italia a dire a Mariotto Segni che il suo referendum sarebbe stato l’ennesima sciagura per il nostro già disastrato Paese. E’ accaduto a Nuoro, nel corso di una tavola rotonda, quando Segni annunciò il lancio, insieme a Guzzetta, della nuova consultazione sulla legge elettorale. Gli dissi garbatamente ma con fermezza che dove mette mano lui accadono catastrofi. E’ accaduto con le preferenze. A Segni non andavano bene multiple, ne voleva una. E da una si è passati a nessuna; si è finiti con la nomina dei parlamentari dall’alto, scelti dai capi-bastone dei partiti. E’ accaduto con l’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti delle Province, seguiti poi da quella dei Presidenti delle Regioni, diventati governatori. Senza bilanciamento rispetto agli altri organi, la giunta è quasi scomparsa ed è soprattutto scomparso il Consiglio. Insomma, un presidenzialismo, di cui abbiamo spesso parlato a proposito della nostra legge statutaria, inventato a tavolino e del tutto sbilanciato in favore del presidente. E così, mentre nel presidenzialismo classico (vedi USA), Presidente e Parlamento sono indipendenti ed entrambi forti, da noi si è creato un grave deficit democratico, mortificando le assemblee.
Ora, col referendum di domenica si vuol, dare il colpo di grazia. Il partito che riporta un solo voto in più degli altri, se verranno approvati il primo e secondo quesito referendario, avrà ben il 55% dei seggi. Neanche la fascistissima legge Acerbo del ‘23 giungeva a tanto. E’ evidente che una così manifesta fuga dal proporzionale, che cancella ogni relazione fra voti e seggi, è destinata a colpire al cuore il parlamento nella sua funzione rappresentativa, e a consegnare il potere al capo del partito vincente, che di fatto diviene o può diventare l’uomo solo al comando.
Insomma, per farla breve, le riforme elettorali di questi ultimi anni, le elezioni dirette di sindaci e presidenti hanno fallito i loro obiettivi fondamentali: dovevano semplificare la vita politica e i partiti si sono quintuplicati; dovevano limitare i poteri delle oligarchie di partito e oramai i parlamentari non sono più scelti dagli elettori, al pari degli eletti nei listini regionali. I membri del Parlamento sono, dunque, persone prive di radicamento, di un collegio o di elettori a cui rispondere. Non si vedono più in giro o perché nessuno li conosce o perché sanno che il loro status non è collegato al consenso popolare. Domina la politica di élite o di casta col moltiplicarsi delle leggi ad personam o in favore di gruppi; i ceti popolari perdono peso e vivono peggio, la partecipazione è sempre più mortificata e osteggiata.
Dunque, nessun dubbio nel merito: questi referendum-truffa, proposti da Segni e Guzzetta, non devono passare.
Rimane da discutere il modo. Noi siamo sempre stati per la partecipazione, e dunque per il voto. E’ per questo che abbiamo mostrato interesse alla proposta di rifiutare le prime due schede, prendere solo la terza e votare sì. Questa presenza  al seggio è utile per distinguere l’astensione attiva sui due primi quesiti da quella generale spesso passiva di chi diserta il seggio. Alcuni lettori vedono in questa nostra posizione una contraddizione rispetto al nostro orientamento sul referendum riguardante la legge regionale c.d. salva coste. In realtà, in quel caso abbiamo avanzato l’idea di una massiccia partecipazione alla campagna referendaria e al voto, perché eravamo e siamo convinti che su quel tema Pili e il centrodestra erano battibilissimi. Non era dunque una posizione contro Soru ma in suo favore. E consideriamo un errore aver mantenuto l’esercito acquartierato, quando il centrodestra poteva essere affrontato e battuto in campo aperto. I fatti successivi - ci sembra - mostrino la fondatezza o, comunque, la ragionevolezza di questa opinione. E non c’è alcuna contraddizione con quanto diciamo oggi. In ogni caso, siamo per la partecipazione perché la mobilitazione è il presupposto indefettibile di ogni avanzamento. Sappiamo però che ci sono casi in cui la debolezza è tale da suggerire di evitare lo scontro aperto. Dunque anche far mancare il quorum può essere utile in certe circostanze. Non ci sfugge che i due Napoleoni, quello vero, e quello finto, ebbero entrambi il titolo di imperatore mediante referendum-plebisciti. Siamo, dunque, avvertiti sulle potenzialità, i pericoli e i limiti delle consultazioni popolari.
Detto questo, c’interessa piuttosto in prospettiva dare risposta alla forte domanda di revisione della legge elettorale, visto che non ci piace la vigente “legge porcata”. Siamo contrari alle alchimie legislative. Ci piace il modello tedesco, che sembra soddisfare molte esigenze (governabilità e proporzionalità) mantenendo un accettabile tasso di democraticità. Piace a anche a Casini, a Di Pietro, a Bossi e Maroni (con una adattamento che salvi dallo sbarramento le forze a radicamento regionale). Piace a non pochi PD. Dunque, è un sistema che può avere i numeri per passare alle Camere.
Ma come si vota in Germania?
Il sistema elettorale è proporzionale. I partiti che non raggiungono il cinque per cento non entrano in Parlamento. E’ previsto un premio di seggi per assicurare la maggioranza alla coalizione che prende più voti. Il sistema elettorale per l’elezione del Parlamento federale tedesco (Bundestag) è un sistema misto a dominante proporzionale, spesso detto sistema proporzionale corretto. Infatti i 598 componenti dell’assemblea vengono nominati per metà con il sistema maggioritario plurality in collegi uninominali e per l’altra con il sistema_proporzionale del quoziente. Il cittadino dispone di due voti: uno nella parte proporzionale per il partito e uno per il candidato nei collegi uninominali. Si può quindi votare un partito ed un candidato di un partito differente. Un candidato che ha ottenuto la maggioranza semplice entra comunque in parlamento, anche se il suo partito non ha superato la soglia del 5% a livello nazionale.
Se un partito elegge direttamente tre deputati lo sbarramento del 5% non gli si applica.
- Il primo ministro viene eletto dalla Camera dei deputati, con un voto di fiducia, sulla base dell’indicazione elettorale. Ogni coalizione si presenta davanti agli elettori con un candidato al cancellierato. Il nome del candidato premier appare sulla scheda.
- Il Cancelliere, una volta eletto, può essere cambiato durante la legislatura con una mozione di sfiducia costruttiva. Questa deve essere presentata da due terzi dei deputati e deve contenere l’indicazione del nuovo premier.
- Il Capo del Governo può proporre lo scioglimento delle Camere presentando una mozione: se la Camera la respinge ha tempo 48 ore per eleggere un nuovo primo ministro, altrimenti il Parlamento viene sciolto.
Certamente anche questo sistema si presta a obiezioni. La più seria è riconducibile al pericolo della scomparsa delle forze minori, che spesso sono un importante stimolo per far avanzare nuove problematiche. Tuttavia, non si possono chiudere gli occhi sulla degenerazione, conseguente alla formazione di tante sigle, che più che idee rappresentano persone o interessi. D’altronde, gli esponenti dei movimenti potranno sempre agitare i loro temi con gli altri strumenti democratici (referendum, manifestazioni ecc.) e trovare collocazione nelle liste dei partiti programmaticamente più vicini. C’è anche un’altra possibilità, e cioè che lo sbarramento del cinque per cento induca a ricercare i motivi di convergenza per allearsi piuttosto che quelli di frammentazione. Chissà che anche i grandi capi della sinistra non si convincano che è bene unire anziché dividere! Inoltre, se il partito ha radicamento forte in alcune aree del Paese o forti personalità può eleggere direttamente tre deputati e, dunque, superare lo sbarramento.
E’ un sistema, comunque, che consente ad una grande nazione come quella tedesca una buona governabilità insieme ad un tasso di democraticità accettabile (anche se occorre non sottacere l’attitudine dei tedeschi a fare le grandi coalizioni in caso di esito incerto). E’ quindi un modello da prendere in considerazione. Anche in Sardegna se ne potrebbe discutere come fuoriuscita da un presidenzialista inconcludente, oramai sempre più oggetto di critiche e ripensamenti anche nelle regioni ordinarie.

3 commenti

  • 1 Efis Pilleri
    20 Giugno 2009 - 10:38

    Condivido l’analisi di Andrea e ritengo valide le sue proposte per un sistema elettorale che prenda a modello quello tedesco. Auspico anzi che venga preso seriamente in considerazione anche il modello istituzionale tedesco per una reale evoluzione del nostro sistema verso un federalismo delle Regioni.
    Sui referendum sono forse più ottimista di lui nel senso che sono convinto che il previsto risultato di netta vittoria dell’astensionismo rappresenterà la definitiva sconfitta delle mosche cocchiere che, dopo aver contribuito non poco a portare l’involuzione autoritaria del nostro sistema, lo stavano spingendo definitivamente verso la dittatura.

  • 2 Marina Mulas
    20 Giugno 2009 - 11:51

    vero! ai referendum proposti dagli imbroglioni non si vada a votare- nè ieri nè oggi nè mai;
    chiunque li proponga
    Pili o Mariotto-
    chiunque li sostenga
    Cappe o Berl o..
    chi si contraddice su questo taccia per sempre

  • 3 Democrazia Oggi - Flop annunciato per il referendum Segni-Guzzetta
    22 Giugno 2009 - 16:47

    […] Al momento l’unico modello in circolazione che soddisfi questi requisiti è il sistema tedesco, un proporzionale, corretto dalla soglia di sbarramento al 5%. Su di esso c’è una vasta […]

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