Andrea Pubusa
Ho sempre pensato che l’esperienza diretta, l’esame in corpore vivo, valga più di tanti studi, sempreché - beninteso - una base teorica ci sia. Così, del procedimento legislativo ho capito di più da consigliere regionale, presidente di commissione, che da prof. O meglio, i libri mi hanno dato gli strumenti di comprensione, ma - ad esempio - le irragionevolezze o le contraddizioni del legislatore, su cui la giurisprudenza teorica e pratica s’interroga con finezza di argomenti, spesso non è altro che il frutto di una volgarissima e banalissima intrusione dell’interesse particolare nell’articolato al fine di avere i numeri per far passare il testo.
Ora, da consigliere di minoranza, sto esaminando dal vivo l’istituzione comunale nel mio piccolo paese. Distante dal mare, tipica area di fuga per i giovani, crisi, disoccupazione, limitata vita comunitaria e culturale. Orbene, la legge elettorale comunale qui rivela tutti i suoi effetti nefasti. C’è bisogno di grande unità popolare in questi luoghi per affrontare i problemi gravi, per tentare di risolverli. La legge truffa maggioritaria invece è fatta per dividere. Privi ormai del collante dei partiti di massa, gruppi e consorterie si affrontano senza esclusione di colpi. Chi prende un voto in più per cinque anni conquista l’amministrazione, come una preda o un trofeo. Con tre liste il vincitore ha poco più di 1/3 dei voti. Una minoranza diventa maggioranza ex lege. Ma che rappresentanza e che forza ha? Vince spesso non chi ha i migliori candidati, ma chi ha messo in lista le persone con parentadi più ampi e luogh oppure chi ha qualche sostenitore forte, non disinteressato. Ha la meglio sovente il rien faisant che ha tempo per tessere tele e vede nell’incarico in giunta una postazione che gli dà anche la paghetta o, se preferite, il reddito di cittadinanza per continuare a non far nulla. Magari poi ci scappa un posto frutto di clientele e dell’uso scorretto del sottogoverno. Una irresponsabilità sociale condizione ottimale per la conquista del governo amministrativo. Poi arriva la ricerca di un protettore esterno. Un capobastone zonale, spesso consigliere regionale o aspirante tale, a cui chiedere intervento nelle istituzioni maggiori in cambio di un gruzzolo di voti. La comunità sezionata, smembrata per farne massa di manovra anche in competizioni elettorali più vaste. L’assemblea, il consiglio in questo contesto non serve, è d’intralcio. E allora via libera a regolamenti che limitano la durata degli interventi, come se il male di questi paesi fosse la troppa discussione, l’eccesso di confronto e non il contrario. E ancora l’ombra lunga della burocrazia, che, sotto una apparente tecnicità, diventa centro decisionale e di governo.
La questione locale è poi aggravata dalla mancanza di riferimenti istituzionali d’area con la provincia ridotta ad un’appendice del governo regionale, che nomina il commissario, una sorta di podestà coi poteri del presidente, della giunta e del consiglio. Un mostro pre-motesquieiano.
Se poi si pensa alla legge elettorale truffa regionale, il quadro è completo. Un ordinamento locale senza rappresentanza, popolazioni senza voce. Un ambiente istituzionale funzionale alle scorribande di grandi gruppi e piccole bande. Questo è, grosso modo, il governo locale al tempo dell’iperliberismo e dopo la scomparsa dei partiti di massa..
I rimedi? Difficili, tremendamente complicati, perché manca l’unità di base, l’idea stessa di comunità. Esistono però anche nei territori teste pensanti e gruppi capaci di movimento e mobilitazione. Lo si è visto nel corso della campagna referendaria. Forse proprio quella compagna può far da modello. Il Comitato nazionale per la democrazia costituzionale e i tanti comitati e gruppi locali possono irrompere nella scena e diventare un anomalo soggetto politico di grande forza. Il primo punto è la legge elettorale, da ricondurre nell’alveo della rappresentanza. Proporzionale, dunque, ma senza integralismi. In effetti i sistemi proporzionali non sono mai stati esenti da correttivi. Ma oggi c’è in più l’esigenza di ridurre la frammentazione, anch’essa funzionale ad annichilire la rappresentanza. Questo cancro poi è tipico della sinistra, che ne è investita in pieno e, almeno per ora, senza ritorno. C’è poi anche l’esigenza per nulla peregrina della individuazione diretta di sindaci e presidenti. Sembra la quadra del cerchio. Ma non lo è. Come sono state inventate leggi maggioritarie impensabili in un ordinamento democratico, così si possono elaborare sistemi proporzionali con criteri per individuare il capo dell’esecutivo nelle urne. Anche perchè tornare ad un sistema proporzionale che rimette tutto all’assemblea, senza indurre alla riduzione della polverizzazione, potrebbe essere esiziale. Di solito, il passo successivo alle democrazie imbelli è l’autocrazia, variamente declinata. Il 4 dicembra abbiamo vinto, ma se non siamo saggi nel gestire quel successo, non è detto che non ci riprovino, e solo il signore sa con quale esito.
1 commento
1 Oggi venerdì 4 agosto 2017 | Aladin Pensiero
4 Agosto 2017 - 12:06
[…] In bidda, riflettendo sulle istituzioni locali 4 Agosto 2017 Andrea Pubusa su Democraziaoggi. Dopo il caso Fluorsid, Sardegna da bonificare: la mappa dell’inquinamento ALADINEWS ALADIN […]
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