Andrea Raggio
Renato Soru deve molto a Silvio Berlusconi. Innanzi tutto gli deve un insperato aiuto elettorale. L’invadenza straripante del premier nella campagna in corso, indebita e costituzionalmente illecita, ha infatti l’effetto di spingere gli elettori delusi a rivotare per l’ex governatore nella speranza di evitare il peggio. Siamo però sicuri che la scelta del meno peggio serva a salvare almeno l’autonomia e a contrastare il berlusconismo? Il modello Soru, accreditato da Walter Veltroni, è davvero diverso da quello berlusconiano?
La cultura politica di Soru, in realtà, coincide essenzialmente con quella di Berlusconi. Entrambi sono nati politicamente dalla crisi del sistema dei partiti, hanno cavalcato l’antipolitica e creato nuovi partiti personalizzati. Il cavaliere ha occupato l’area nazionale del centrodestra, l’ex governatore quella regionale di centrosinistra ma entrambi sono portatori di una visione aziendalistica e monocratica del governo della cosa pubblica (lo Stato azienda, la Regione azienda), sono insofferenti ai condizionamenti che il sistema democratico pone al potere e praticano un presidenzialismo forte e duro. Su questa strada Berlusconi è stato soltanto frenato dal referendum istituzionale del 2006, Soru ha avuto per ora via libera dalla legge Statutaria. Entrambi non tollerano la critica, reprimono il dissenso con “ferocia barbaricina”e si circondano di fedelissimi. Entrambi si autocandidano e impongono i loro candidati, decidono i programmi elettorali e li impongono alle rispettive coalizioni, pretendono un Parlamento e un Consiglio regionale deboli e docili. Per Berlusconi, gli avversari sono spregevoli comunisti e gli elettori che non lo votano sono coglioni, per Soru e per i suoi sostenitori i dissenzienti interni al centrosinistra sono immobiliaristi, clinicari e massoni.
Questi sono fatti incontestabili, difatti nessuno li contesta. E dai fatti appare evidente che il modello soriano ricalca quello berlusconiano. Le differenze tra i due personaggi certamente esistono e non sono soltanto caratteriali, ma non sono tali da incidere sull’armatura antidemocratica e antiautonomista del modello. E’ vero, il conflitto d’interessi ha dimensioni diverse ma si tratta pur sempre di differenza solo quantitativa e, comunque, non è stato risolto. Il bilancio della legislatura, argomento portato enfaticamente a sostegno di Soru, in realtà risulta notevolmente ridimensionato ad una valutazione obiettiva e non è comunque tale da sanare i danni provocati anche in campo economico dalla mortificazione della democrazia. Aggiungo che sono stati disattesi i principali obiettivi del programma del 2004: la ripresa dello sviluppo, la riforma dello Statuto, la moralizzazione della vita pubblica. Sul mancato rilancio dello sviluppo hanno certamente influito fattori esterni ma non al punto da giustificare il pesante aggravamento della situazione economica e sociale. La riforma dello Statuto è stata sostituita dalla legge Statutaria. Quanto alla moralizzazione è innegabile che in questi anni il “potere iper-trasversale”, quello delle cosiddette tre M (mattoni, medici e massoni), del favoritismo e del clientelismo di alto e di basso bordo, si sia notevolmente rafforzato e condizioni negativamente la vita delle istituzioni, dal comune di Cagliari alla Regione. In ogni caso nessun democratico, tanto meno il partito che tale si definisce, dovrebbe alimentare l’illusione che sia giovevole anteporre e contrapporre l’efficienza alla partecipazione e l’economia alla democrazia (prima la pancia e poi la libertà?), soprattutto in presenza di una crisi come quella che viviamo e dalla quale possiamo sperare di uscire solo con la mobilitazione di tutte le energie e potenzialità, cioè con una partecipazione democratica la più ampia possibile e con una forte vitalità delle istituzioni.
Comprendo che un successo di Soru servirebbe a mitigare in questo momento le difficoltà del PD nazionale e del suo segretario. Non sottovaluto quest’aspetto del problema. Mi domando, però, se lenire momentaneamente il male senza aprire la prospettiva del suo sradicamento non finisca per aggravarlo. La penosa esperienza del PD sardo dovrebbe far riflettere. Il PD in Sardegna non esiste perché è stato soffocato sul nascere dalla pretesa del governatore di impadronirsene. Lo spegnersi della speranza del partito nuovo è in grande misura il risultato di un presidenzialismo duro e invadente. La sinistra dei partiti di fatto non esiste più, risucchiata dal sorismo. La sinistra delle persone resiste, ma sino a quando? Non dissimile, e forse anche peggio, è la situazione nelle altre regioni del Mezzogiorno, tutte gestite da governatori. Non c’è dubbio che il deficit di democrazia ha largamente contribuito al degrado della politica e della vita pubblica meridionale.
La causa della forte preoccupazione mia, e credo di molti altri compagni, é il rifiuto della segreteria nazionale del PD a prendere atto che la grave crisi politica sarda è legata non soltanto ai limiti di Soru e della sua giunta ma al fallimento del presidenzialismo, e che la questione sarda oggi è essenzialmente una questione di democrazia. Il travaglio di questa legislatura, infatti, ha origine nel conflitto irrisolto tra autoritarismo e partecipazione, lo scontro continuo tra il governatore e la sua maggioranza ha la stessa origine e così pure la fine anticipata della legislatura. Il PD sardo sta morendo per assenza di democrazia. Veltroni, segretario di un partito democratico per definizione, nel suo giro in Sardegna, ha completamente ignorato la questione democratica. E non si è reso conto che se fossero state ascoltate per tempo le critiche al decisionismo autoritario probabilmente la crisi sarda non sarebbe giunta a questo punto, e che la stessa campagna elettorale avrebbe preso un’altra piega se ci fosse stato almeno un accenno autocritico e un impegno conseguente.
A questo punto, vinca Soru o vinca Cappellacci non cambia granché. Il vincitore sarà, infatti, il berlusconismo, in versione originale o in quella sardizzata. E il PD nazionale di un tale esito porta gran parte di responsabilità. Tuttavia bisogna non arrendersi e pensare al futuro. Sostenendo, per esempio, quei candidati al Consiglio regionale che, a prescindere dai partiti di appartenenza, hanno dato prova o mostrano di dar prova di autonomia. Non è facile e non è molto. Ma è quel che si può fare e che, a mio parere, si deve fare.
7 commenti
1 Sergio Ravaioli
2 Febbraio 2009 - 08:44
OK.
Ribadisco l’opzione già presentata e che tu, Andrea, neppure consideri: votare PSd’Az per rafforzarlo nel tener fede all’impegno di non deflettere dai suoi valori, coincidenti con quelli nostri, contenuti nell’art. 4 dello Statuto da me riportato in un precedente intervento:
https://www.democraziaoggi.it/?p=431
e nel mantenere il suo impegno a contrastare gli eventuali, e probabili, eccessi in direzione liberista ed antiambientalista della giunta Cappellacci.
Azioni possibili per il PSd’Az soltanto se gli intenti saranno supportati da una forza numerica che anche il nostro voto può contribuire a far crescere.
2 Efis Pilleri
2 Febbraio 2009 - 15:39
Concordo pienamente con l’analisi di Andrea Raggio ed anche con lo sviluppo e l’integrazione del ragionamento che fa Sergio Ravaioli, nel senso che ritengo giusto sostenere i programmi del PSDAZ e quindi i suoi candidati. Poichè tuttavia è possibile il voto disgiunto anche io non me la sento di sostenere il candidato Cappellacci che sarà comunque giusto valutare sulla base di come opererà da Presidente. Improponibile un voto per Soru che ha già ampiamente dimostrato la sua dannosità per un sistema democratico-partecipativo e per qualsiasi forma di autonomia. Rimangono tre candidati “di bandiera” ed il voto a favore di uno di questi, se otterrà un certo successo, potrà comunque contribuire a rompere lo schema del pensiero unico autoritario e centralista.
3 Nicola
2 Febbraio 2009 - 18:35
Porgo i miei complimenti alla redazione del sito per il livello e l’autorevolezza degli ultimi interventi. Davvero acuti e stimolanti, in un momento in cui le urla della campagna elettorale potrebbero spingere a staccare il cervello e fidarsi di chi urla più forte.
Penso però che sia mancata una componente di riflessione fondamentale, tra persone che hanno fatto la storia della sinistra sarda. Vale a dire una serena ma severa e profonda (auto?)critica all’interno dei gruppi politici ed intellettuali che avrebbero dovuto proporre in questi anni un progetto di sviluppo unitario, ampio e coerente, a livello nazionale e regionale, con il quale il partito democratico avrebbe dovuto necessariamente fare i conti. Mi riferisco ad un progetto che parli di partecipazione, democrazia, efficienza e economia, tutte insieme.
Avrebbero dovuto semplicemente creare in questi anni un vero partito di sinistra e non ci sono riusciti. Mi sembra quasi banale sottolineare che, a sinistra del pd, non esiste ormai più niente. Altrettanto banale è constatare che sono prevalsi i personalismi, i veti incrociati e le guerre di posizione di piccoli baronetti.
Come è ben noto questo è successo tanto a livello nazionale quanto a livello locale.
In un quadro come questo le critiche di scarsa democraticità a Soru risultano davvero poco sostenibili.
Doveva essere Soru a proporre un candidato credibile ed alternativo a se stesso per le primarie ? Doveva essere Soru a creare una aggregazione forte, della quale aver bisogno del consenso, anche semplicemente per la preparazione del listino elettorale ?
L’unico motivo per il quale i partiti di sinistra sono alla deriva è semplicemente che è mancata la volontà e forse la capacità di coinvolgerli in un progetto unitario, che ritengo ormai improcrastinabile.
Attribuire anche questa responsabilità a Soru è davvero troppo.
4 Sergio Ravaioli
2 Febbraio 2009 - 19:35
Le medicine vanno preso per intero, anche se amare.
Nella passata legislatura non sono mancati, nei partiti di centro sinistra, consiglieri che hanno dato prova di autonomia. Con quali risultati? Che non hanno potuto incidere su nulla ed alla fine sono stati presi a calci da Soru e da Veltroni (tramite il piede di Passoni).
Quindi il problema non è individuare le persone degne di stima, che certamente ci sono anche nelle attuali liste che sostengono Soru, ma contrastare un disegno politico che in tanti riteniamo molto pericoloso.
Il pericolo maggiore lo vedo per la Sardegna e per noi Sardi: del PD non me ne importa più di tanto. Infatti credo fortemente nel ruolo strumentale dei partiti: se uno o più partiti cessano di essere uno strumento per il progresso e la convivenza civile del territorio nel quale operano, scompaiano pure! Qualcos’altro, qualcun altro li sostituirà.
Intanto dobbiamo contrastare il disegno politico della destra che si presenta sotto le mentite spoglie della sinistra. Dell’affarismo che si presenta sotto le spoglie del rinnovamento e della lotta all’affarismo altrui.
Una volta sconfitto Soru si potrà finalmente riprendere a discutere di politica, e valutare se sarà meglio impegnarsi a rifondare la sinistra oppure spendere le energie per rafforzare l’autonomia della nostra Regione. Sino all’indipendentismo che, visto il disprezzo dei partiti nazionali per noi “periferia”, personalmente mi attira sempre di più, almeno nella versione del PSd’Az che lo persegue per via democratica e nel contesto Europeista e federalista,
Per questo, diversamente dall’amico Efis, non darò voto disgiunto. Con dispiacere perchè mi sarebbe piaciuto votare come presidente lo stimatissimo amico Gianfranco Sollai. Ma ogni voto tolto a Cappellacci è dato a Soru.
Ripeto: le medicine vanno preso per intero, anche se amare.
5 Cittadino Sardo
3 Febbraio 2009 - 11:30
Mi permetto di intervenire in una discussione come questa, e cerco di farlo in punta di piedi.
Non rappresento nessuno se non me stesso, ma vorrei precisare che vengo da una famiglia di profonda fede sardista, mio nonno è stato con Lussu, in brigata sassari e anche dopo, da camicia grigia. Suo figlio, mio zio, ha seguito le sue orme e il partito, dal secondo dopoguerra e fino alla sua morte condividendone istanze, sogni e vita politica attiva. Anche nel periodo del vento sardista degli anni 80 all’interno della compagine di Mario Melis.
Parlo quindi almeno con una certa coscienza della nostra memoria storica.
Io sono un 40enne e non appartengo a nessun partito o movimento, ma da anni seguo con attenzione e anche apprensione le vicende di questa terra perché da oltre 10 anni (dopo esserne stato lontano per molti anni, ora qui sono ritornato per precisa scelta), vivo e lavoro e nella mia azienda (che si occupa di nuove tecnologie) lavorano parecchi giovani sardi. Credo che “fare politica” qui in Sardegna sia oggi anche questo, forse sopratutto questo. Avere attenzione per le nostre azioni e il prossimo a noi più vicino. E per i giovani.
In questa Terra, credo sia necessario parlare sempre meno e agire sempre di più, ogni giorno nel proprio quotidiano e nel proprio contesto, senza per questo apparire necessariamente o in prima persona, dei portatori di istanze verso un politico di riferimento.
Sicuramente la maggior parte dei discorsi che si fanno intorno alla figura di Renato Soru in questa campagna elettorale “drogata” da ambo le parti sono eccessivi, fuorvianti e sbagliati. Si parla e straparla ovunque, nei bar come sulla stampa. E quando l’uso del mezzo mediatico non è controllato e veicolato da legami espliciti con una parte politica (e in Sardegna la parte che governa i mass-media è sempre e solo una) anche lo spazio che sembra “libero”, diventa un luogo non-luogo di superficialità, dove spesso si affrontano discorsi complessi con lo stesso approfondimento che permetterebbero due parola scambiate al bar di fronte ad un aperitivo e due salatini.
Mi fa piacere quindi intervenire e farlo anche in una forma “anonima” perché leggo in questo spazio web tutta una serie di pareri, discordi o a favore che siano, espressi comunque con una civiltà, una dialettica e una serenità di approfondimento che di sicuro non esiste in altri luoghi mediatici e non di questa campagna elettorale.
Tra questi pareri leggo anche quelli di persone che conosco se non di persona, almeno di nome o fama, persone che anche stimo per l’onestà intellettuale che credo debba essergli riconosciuta. Ci sono però molti dubbi e domande che sottoporrei volentieri ad alcuni di loro:
Ad esempio ad Andrea Raggio chiederei se la deriva della partecipazione democratica dei cittadini alla vita amministrativa e politica di questa Regione non sia totalmente ascrivibile solo al “presenzialismo/presidenzialismo” di Renato Soru.
E’ divertente come quest’uomo, pur con tutti i suoi limiti evidenti sia diventato in questi 4 anni, il catalizzatore di tutti i mali (si tratti dell’Isola nel suo insieme o di quelli del Centrodestra e del Centrosinistra messi insieme).
Soru e le sue decisioni al timone (lungi da noi qualsiasi sinistro “timoniere”) sono solo il momento ultimo dove la deriva di questi 25 anni di vita politica regionale ci hanno portato.
Un momento in cui se qualcuno ha il coraggio di prendere il timone, probabilmente a quel timone si deve incatenare per evitare le tempeste in arrivo, la paura del mare di tutti i suoi compagni di navigazione, gli ammutinamenti dell’equipaggio, gli scogli e le sirene.
Perché, in questo “mare nostrum” in cui Soru, il centrosinistra e tutti noi, si naviga così a rischio, di tutte le tempeste e gli scogli affioranti delle secche la maggior parte delle persone che sono appartenute in un modo o nell’altro a questa vita politica degli ultimi 20 anni (in forma attiva diretta) ne sono in parte responsabili.
Sicuramente più responsabili di quanto non lo sia oggi Soru. Credo che Andrea Raggio dopotutto non sia immune dalle sue colpe almeno da questo punto di vista. Quindi occhio alle travi o alle pagliuzze.
Perché in centri di gravità permanente come questa Sardegna è oggi diventata, tutte le affermazioni hanno il loro peso seppure senza “attriti” cadrebbero con la stessa accelerazione di gravità.
Questa deriva è quindi forse dovuta anche alla mancanza dell’agire di tutta una classe politica e del suo sottobosco. Sempre nell’eccesso di ricerca del consenso che in quest’Isola come altrove si è tradotto poi solo in una mediazione infinita tra gli interessi di parte, di molte parti, troppe parti perché si possa rappresentarle tutte in istanze univoche (e atti amministrativi di governo conseguenti).
Troppe anime equivalgono a nessuna anima.
Non è un caso che il centrosinistra non trovi più la sua.
Quindi le responsabilità oggi non sono certo di Soru.
Soru ha solo la responsabilità delle sue scelte, condivisibili o meno, ma in un mondo di gente che si taglierebbe le palle pur di non scegliere mai, credo che sia stato ammirevole almeno tentarci.
A lui l’onore delle armi per le sue sconfitte o vittorie e alle urne la sentenza.
E secondo me, in questa sentenza, probabilmente ci sta anche un voto disgiunto, che non solo non regali la vita di quest’isola ad un centrodestra affarista, palazzinaro e massone (anche se sembrano solo luoghi comuni purtroppo è la triste realtà) ma che nemmeno la consegni in toto ad un centro sinistra dove hanno sempre prosperato (con Soru si sono forzatamente attenuate, ma forse non abbastanza..) non le istanze dei cittadini sella Sardegna ma una strana forma di manicheismo, impregnato di ecumenismo cattolico e al tempo stesso “carbonaro” e corporativo proprio di questo strano centro sinistra che ci ritroviamo in seno…
Quindi se voto disgiunto debba essere, allora credo che sottrarre la Sardegna al duo di soubrettes Berlusconi/Capellacci e a tutto il coro filo-governativo italiota che le sostiene sia un obbligo.
E al tempo stesso, calmierare in un modo o nell’altro la forza della compagine Soriana (e della corrente democratica attuale che la sostiene altrettanto troppo filo-italiota e centralista), portando al suo interno dei sani intenti indipendentisti, IRS fra tutti.
Questa è forse un altra strada. Probabilmente più estrema dei rossomori del buon Efisio Pileri, di cui ho letto gli interventi in questo blog che pure stimo per la sua integrità e coerenza, ma al quale vorrei ricordare che se Mario Melis, negli anni 80 non si fosse “arenato” nella ricerca di troppe istanze autonomistiche condivise tra stato e regione e avesse tentato e ottenuto davvero, anche solo un quinto delle cose fatte da questo prepotente, testardo e irascibile Soru ecco, forse ora saremmo un’altra Terra e un’altro Popolo con una consapevolezza diverse.
E ci sarebbero dei Sardisti diversi e non divisi.
Così non è ancora, ma credo ci siano i semi per ripartire. Proprio con Soru, nonostante tutto.
Se proprio di medicina deve trattarsi, quindi preferisco del vino sardo e rosso.
Perché da qui a dirmi, come fa Sergio Ravaioli, altra persona che stimo, che le medicine vanno prese amare e che dunque l’OLIO di RICINO dei Berluscones e dei Sardisti Gandolfiani che ora gli si sono aggregati è un rimedio migliore della nostra stitichezza, ce ne passa davvero.
Buona giornata a tutti.
6 andrea raggio
3 Febbraio 2009 - 21:57
Ringrazio gli interlocutori dell’attenzione e rispondo. 1) Verissimo, la crisi politica sarda viene da lontano, certamente dai primni anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, tangentopoli e l’esaurumento della politica di rinascita. I partiti di sinistra e autonomisti non hanno avuto il coraggio e la capacità di avviare una nuova strategia di sviluppo al passo con i tempi e sono andati di diversivo in diversivo - dal nuovismo all’efficientismo, dal decisionismo alla cosiddetta stabilità, sempre anteposti e contrapposti alla democrazia - e di meno peggio in meno perggio. E’ mancata una seria riflessione sull’esperienza di questi trent’anni. Ho cercato insistentemente di stimolarla, assieme a pochi altri,ma con scarso successo. Come autocritica non saprei francamente cos’altro dire. 2) Ho sempre sostenuto, sin dal primo momento, che Soru non è il Maligno e non è l’Arcangelo, è una pesonalità che si è autocandidata col proposito di contribuire a battere il centrodestra. L’errore del centrosinistra, in specie dei DS, è stato quello di avergli firmato una cambiale in bianco, di non aver cioè contrattato condizioni politiche e programmatiche, pur sapendo che il regime presidenzialista avrebbe accentuato le sue tendenze politiche aziendaliste e populista,non taciute e anzi messe in chiaro sin dalle prime battute.Nel comitato regionale DS del novembre 2003 sono rimasto solo, anche nel voto, a sostenere che prima di sottoscrivere il patto bosognava scriverlo. (e me l’hanno fatta pagare cacciandomi alla prima occasione dagli organi dirigenti regioni dei DS). Sul firmare o meno la cambiale in bianco il comitaro regionale DS era spaccato a metà, poi sono venute le pressioni romane e il solito appello all’unità, vecchio trucco per stroncare il dibattito e piegare i riluttanti. La spaccatura è riemersa e si è approfondita quando Soru ha tentato di impossessari della segreteria del PD, e così anche il nuovo partito è stato travolto dalla crisi. E’ andata a finire che invece che allargare il centrosinistra, Soru si è sostituito ad esso. Tutti responsabili e nessuno resposabile? Soru l’unico responsabile? Non è così. La principale responsabilità dell’attuale caos è del PD, sardo e nazionale che ha sostenuto a spada tratta Sorru nel respingere testardamente ogni proposta volta a mitigare il presidenzialismo. E così anche il presidenzialismo è stato trascinato nel disastro, come nell’intero Mezzogiorno. 3) Non è vero che Soru era ed è il solo “timoniere” disposto a guidare la barca nella tempesta. Vi sono altri timonieri capaci e coraggiosi almeno quanto Soru e certamente più democratici, ma attorno ad essi è stata fatta terra bruciata. Con quali mezzi lo sappiamo tutti. E’ intollerabile che in una regione come la nostra povera di classe dirigente ci siano governatori e partiti la cui preoccupazione principale è quella di far fuori coloro che fanno ombra. 4) Insisto nel sostenere che se il PD avesse convinto Soru ad aprirsi alla critica pressochè unanime alle sue tendenze monocratiche la legilsatura sarbbe giunta alla fine naturale, la situazione oggi sarebbe diversa e non saremmo nel pieno di una campagna elettorale così sgangherata. Putroppo, ripeto, comunque vada vincerà il belusconismo, quello originale o quello sardizzato.Ecco perchè mi auguro che dal voto almeno venga fuori un Consiglio regionale capace di far valere le proprie prerogative.
5) A proposito dl vino rosso sardo, ricordo quanto mi raccontava Michele Columbu delle riunioni sardiste nelle serate che trascorravamo a cena a Bruxessel. In quelle riunioni di beveva vino, non sempre gradevole, e gli amici sardisti insistevano perchè anche Michele bevesse: bevi, dicevano, è vino di proprietà, è genuino! E Michele, di rimando: anche l’arsenico è genuino. Vogli dire che bisogna saper sempre distingure tra sardità e sarditudine.
7 Benedetto Ballero
3 Febbraio 2009 - 22:15
Non posso che esprimere una forte meraviglia per il fatto che sia Andrea Raggio, sia coloro che sono successivamente intervenuti, non abbiano avuto ll coraggio della verità, e cioè quello di dire, apertamente, che un elettore di centro sinistra che non vuole votare nessuno dei due diversi volti berlusconiani, Capellacci e Soru, non può fare altra scelta che votare Balia.
Il voto a Balia infatti è espresso per chi ha saputo responsabilmente dissociarsi apertamente dalle scelte sbagliate di Soru (statutaria, bilancio, PPR, legge urbanistica etc. ) e che rappresenta il solo partito storico della sinistra fuori dall’ammucchiata elettorale c.d. di centro sinistra espressa da Soru e dai gendarmi romani (e non che esprime Soru), e che è oggi il solo rappresentante in Italia del Partito Socialista Europeo e dell’Internazionale Socialista.
C’è forse un qualche pudore che non consente, come non consente al PD, di definirsi socialista ?
Al di là del momento elettorale credo che un serio dibattito su questo tema sia utile per la sinistra in Italia ed in Sardegna, e per arrivare a costruire in Sardegna, dopo le elezioni, una sola forza progressista ed autonomista, tendelziamente maggioritaria che incorpori un rinnovato PD, Socialisti, sinistra democratica, verdi, sardisti ed ogni altra seria forza riformista.
In tale prospettiva il buon risultato di Balia come candidato Presidente è certo di buon auspicio.
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