L’elezione di Mattarella e i compiti della sinistra

11 Febbraio 2015
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Abbiamo espresso giudizi critici sull’elezione di Mattarella, anche per introdurre elementi di valutazione critica in una vicenda che non può essere rappresentata solo con piaggeria e toni enfatici. Fra l’altro nessuno ha sottolineato che si è trattato di un “colpo di mano”, posto che il nome del candidato è stato estratto dal cilindro di Renzi solo nell’immediatezza della quarta votazione. Nella elezione del Capo dello Stato, in un ordinamento democratico, una discussione preventiva sul candidato, anzi sui candidati, è necessaria e doverosa. Negli States, spesso presi ad esempio (e non sempre a proposito) il confronto dura almeno un anno fra candidature alle primarie, primarie e elezioni presidenziali vere e proprie. Il futuro presidente è vagliato e “vivisezionato” a fondo dai media e dai cittadini. Mattarella, invece, per il grande pubblico italiano è un carneade, uno sconosciuto.

Detto questo, per favorire la riflessione sulla elezione del nuovo presidente e gli scenari ch’essa apre, ecco una opinione diversa, formulata su www.partito-lavoro.it,  da un esponente della sinistra, Alfiero Grandi, Presidente dell’Ass.  per il Rinnovamento della Sinistra.

 

IL NUOVO CAPO DELLO STATO RAPPRESENTA UN SEGNALE POSITIVO IN UN QUADRO POLITICO ED ECONOMICO TUTT’ALTRO CHE RASSICURANTE

LA COSTITUZIONE

è in buone mani

 L’elezione di Mattarella è importante anche perché costringe la sinistra a scegliere se finire con l’essere una pedina sullo scacchiere di Renzi o se immaginarsi come una forza politicamente autonoma e, in quanto tale, con capacità tattica

di ALFIERO GRANDI

Sergio Mattarella è Presidente della Repubblica italiana. I suoi ritratti usciti dopo l’elezione a Presidente confermano che è stata una buona scelta: i valori della Costituzione sembrano es­sere in buone mani.
Forse lo scampato pericolo per altre possibili candidature fa sembrare il risul­tato ancora migliore
. In sintesi: un segnale positivo in un quadro politico ed econo­mico italiano tutt’altro che rassicurante, dove domina la bulimia degli annunci e della propaganda.
Una valutazione più attenta consiglia di non fermarsi a questo risultato per cer­care di capirne le implicazioni.Tra le pos­sibili candidature c’era quella di Romano Prodi, che ha in comune con Mattarella di essere stato tra i nomi in lizza già nella sciagurata occasione dell’elezione presiden­ziale del 2013, finita come sappiamo: con i franchi tiratori e la crisi della segreteria Bersani. Prodi è un nome che richiama l’espe­rienza, anche se travagliata, del centro si­nistra e quindi riassume un’immagine po­litica oggi in disuso per responsabilità di Renzi, ma in verità non solo sua, e ha chia­ramente un connotato politico contro il “patto del Nazareno”. Mattarella ha altre caratteristiche positive ma non ha queste con la stessa forza. E’ probabile che la scelta sia caduta su Mattarella perché meno contrapposta di quella di Prodi. Non a caso
- appena conclusa l’elezione - è iniziato un tentativo di recupero del patto del Naza­reno che, se riuscisse, vedrebbe una riedi­zione della politica dei più forni di andre­ottiana memoria e finirebbe con lo sbiadire il significato dell’elezione di Mattarella.
Come spiegare altrimenti la rassicura­zione di Maria Elena Boschi verso Berlu­sconi con la promessa di confermare la so­glia del 3% per la punibilità penale dei reati fiscali? Ci saranno conseguenze sul Governo? Non è impossibile ma sembra difficile, perché sia Forza Italia che Ncd escono male da questa prova. Mentre l’im­magine decisoria di Renzi esce rafforzata. Escono male anche i grillini, che con scarsa lucidità hanno giocato tardi e male l’unica carta che avevano: Prodi, finendo con lo svolgere un ruolo di spettatori, quando po­tevano essere in campo a pieno titolo. Per­fino i grillini usciti dal M5S si sono spesi per una candidatura nobile senza però ten­tare altri coinvolgimenti, o farsi coin­volgere. Peccato.
Lega e Fdi puntano all’eredità di una Forza Italia in crisi, quindi il Presidente c’entrava poco.

Per la sinistra, intesa provvisoriamente in senso largo, il risultato è a due facce. Da un lato ha contribuito ad eleggere un ga­lantuomo Presidente della Repubblica. Dallaltro le diverse iniziative - ultima “human factor” - sono già spiazzate, penso alla pro­posta del doppio tesseramento. Interessa poco che sia giusta o sbagliata, conta di più che è già a capolinea perché dopo que­sto risultato le aree del Pd che potevano essere interessate non lo saranno più, al­meno in quella prospettiva. L’impressione è che il loro ruolo può tentare di nuovo di svilupparsi nel condizionamento dentro il Pd, di Renzi in particolare. Se poi sia una linea percorribile è un altro discorso.
Può sembrare un paradosso, ma pro­prio nel momento che ha visto il voto della sinistra Pd e di Sel coincidere si è allargata la distanza sulle prospettive politiche, del tipo “marciare divisi”. Del resto l’iniziativa di Bersani ha avuto un ruolo proprio per­ché ha portato ad un ricompattamento del Pd, per quanto fragile e congiunturale possa essere. A sinistra, nel Pd e fuori di esso, il problema della prospettiva si ripro­pone in tutta la sua rilevanza strategica. Perché o si ricostruiscono i fondamenti che motivano una posizione di sinistra in Italia che non può essere il Pd o nel Pd, che è com­posto con un’altra logica, o la sinistra sparsa in diverse “case” rischia non solo di non riuscire a raccogliere la spinta di Syriza, ma di rinunciare per molto tempo a svolgere un ruolo non subalterno. Solo idee forti possono portare ad affrontare senza incertezze fasi tattiche. La sinistra non può sfuggire alla fatica di ridefinire i suoi fondamentali, nel vivo della lotta so­ciale e politica, altrimenti la domanda di fondo - per cosa è giusto giocarsi tutto, pur di affermare le proprie convinzioni? ­resta senza risposta. A ben vedere l’elezione di Mattarella è importante anche perché costringe la sini­stra a scegliere se finire con l’essere una pedina sullo scacchiere di Renzi o essere una forza politicamente autonoma e in quanto tale con capacità tattica. Vedremo.
Contrapporre società e politica alla si­nistra serve a poco. Occorrono ambedue i versanti, oggi sconnessi, ma la soluzione non è contrapporli, perché occorre con­netterli, per di più in modo nuovo ed ori­ginale. Nel frattempo il rischio è che Renzi riprenda, con la forza che gli deriva dal ri­sultato ottenuto di ricompattare il Pd, le sue forzature politiche, tentando di
passare sia sul piano istituzionale che nella ridefi­nizione dei rapporti di forza sociali. Sul piano istituzionale è ormai chiaro che l’obiettivo, più o meno esplicitato, è di dare vita in Italia ad un sistema maggioritario, sostanzialmente monocamerale, sul mo­dello dei Comuni in cui chi vince ottiene di fatto il superamento della tripartizione di Montesquieu, facendo coincidere potere legislativo ed esecutivo, che di fatto assume in sé la vera potestà di legiferare.
Difficile dire se c’è ancora spazio, come sarebbe auspicabile, per riaprire il caso Jobs act, eppure ce ne sarebbe bisogno perché è ormai chiaro a tutti che l’occupazione cre­sce se c’è crescita economica e della do­manda e l’arretramento voluto sui diritti dei lavoratori è solo una fiche sul tavolo dei prezzi pagati alla politica di austerità, cioè l’attuazione della linea: le riforme ser­vono a noi, dimenticando di dire che ce le hanno chieste e che assomigliano come gocce d’acqua ai compiti a casa di mon­tiana memoria. Sul piano internazionale invece guardando a Syriza solo per la parte di spinta che la sua vittoria può esercitare oggettivamente, ma senza impegnarsi se­riamente nel sostegno alla Grecia e svinco­landosi dal fondamentale problema di co­struire un fronte in Europa alternativo all’austerità.

Il tempo stringe e la creazione di un fronte alternativo in Europa è la vera do­manda che viene dalla vittoria di Tsipras. E’ un’occasione che non dovrebbe essere lasciata cadere. Lasciare sola la Grecia sa­rebbe continuare, diabolicamente, nell’er­rore di Monti che fece di tutto per smar­carsi e poi proseguito in assoluta continuità da Letta e da Renzi, puntando ad una trat­tativa bilaterale tra Italia ed Europa per usare i presunti margini di flessibilità pre­senti nei trattati, con gli scarsi risultati che conosciamo. Se l’occasione oggi rappre­sentata da Syriza venisse lasciata cadere e vincesse di nuovo il fronte dell’austerità l’Italia ne pagherebbe le conseguenze. ■

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